Fermata #309 - Acqua al mulino di OKX
Star Xu di OKX ha svelato i due driver di bitcoin dei prossimi anni: la finanza tradizionale onchain e gli agenti AI su blockchain. Ma i numeri raccontano un'altra storia
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Per Star Xu, fondatore e Ceo del noto exchange OKX, i driver del prezzo di bitcoin e dei digital asset sono due: la finanza tradizionale che si sposta onchain - e più gli utenti si abitueranno a operare su quell’infrastruttura per investire e pagare, più diventerà naturale “capire e desiderare bitcoin” - e gli agenti AI, che un conto in banca non potranno mai aprirlo e che quindi useranno la “blockchain” come infrastruttura finanziaria nativa, facendo crescere organicamente la domanda di bitcoin, “l’asset prime del mondo onchain”. La tesi è stata riportata da The Crypto Gateway su X:
Ho lavorato anni nel mondo delle PR: il mestiere lo riconosco quando lo vedo e secondo me vale la pena allargare il discorso per capire che entrambe le tesi sono fumo negli occhi: i numeri per smontarle sono pubblici.
Il mulino di Xu
Ogni azienda produce narrative che veicolano ottimismo verso il proprio mercato: è un meccanismo che serve a rassicurare clienti e investitori, fa parte del gioco. Nel caso di Xu la sovrapposizione tra tesi e fatturato è quasi perfetta. “Everything onchain, self-custody is the future” era il titolo del suo keynote alla conferenza TOKEN2049 di Singapore dell’anno scorso. Sempre nel 2025 OKX ha lanciato OKX Pay, un wallet “self-custodial” in cui metà della chiave privata resta custodita da OKX (self-custody con le rotelle). Ha una blockchain propria, X Layer. E sta valutando una quotazione negli Stati Uniti, dopo aver chiuso il 2025 pagando oltre $500 milioni tra multa e confisca al Dipartimento di Giustizia americano: un passato che rende la narrativa del futuro tutto onchain e tutto libero ancora più preziosa, perché aiuta a riscrivere la reputazione davanti agli investitori.
Niente di illecito: è marketing. Il problema nasce quando il marketing viene scambiato per analisi. Prendiamo i due driver, uno alla volta.
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L’onchain a porte chiuse
A prima vista i numeri sembrano dare ragione a Xu. Kinexys, la piattaforma “blockchain” di JPMorgan, ha superato i $4 mila miliardi di volume cumulato. BlackRock ha messo BUIDL, il suo fondo tokenizzato, su Ethereum. Visa è diventata validatrice di Tempo, la “blockchain dei pagamenti” costruita da Stripe.
Basta leggere le schede tecniche, però, per trovare la parola che rovina la festa: permissioned. Kinexys è una rete chiusa, accessibile solo a partecipanti verificati dentro il perimetro compliance della banca. BUIDL vive su Ethereum, ma i suoi token circolano unicamente tra wallet in whitelist, dopo il KYC gestito da Securitize, e l’investimento minimo è di $5 milioni. I validatori di Tempo sono Visa, Stripe e la custodia di Standard Chartered.
Sono server interni con nomi più altisonanti.
Il punto è che queste sono le uniche soluzioni che un istituto regolato può permettersi: il trattamento prudenziale del Comitato di Basilea assegna ai cryptoasset più rischiosi un risk weight del 1.250% e limita all’1% del capitale l’esposizione complessiva delle banche. Il messaggio della regolazione è chiaro: le vere blockchain pubbliche, nei bilanci bancari, non devono entrare.
Spostarsi davvero su una rete pubblica e permissionless significherebbe rinunciare al pulsante che conta di più: bloccare, congelare, stornare. Una banca che non può congelare è una banca fuori legge. Alla finanza tradizionale conviene piuttosto chiamare “onchain” i propri database: è quello che sta facendo, con successo. L’idea che chi si abitua a questi recinti poi “desideri bitcoin” è la parte più creativa della tesi: chi entra da un wallet con whitelist impara a chiedere permessi, non a custodire chiavi.
Gli agenti con il badge
Secondo driver: gli agenti AI. La premessa di Xu è corretta (un agente un conto corrente non lo aprirà mai) e anche la destinazione è plausibile: un agente avrà un wallet. La domanda è cosa ci sarà dentro, quel wallet, e chi ne terrà la chiave.
Nella Fermata #290 abbiamo visto lo studio del Bitcoin Policy Institute: 36 modelli AI lasciati liberi di ragionare scelgono bitcoin come riserva di valore nel 79% dei casi. Ma gli agenti del mondo reale liberi non lo sono: usano lo strumento che decide l’operatore. E l’operatore è quasi sempre un’azienda che risponde a un regolatore, che pretende una cosa sola: la capacità di censurare, congelare, bloccare. Un agente compliant userà denaro compliant.
Seguite i soldi dell’infrastruttura, come sempre. x402, il protocollo di Coinbase che trasforma il vecchio codice HTTP 402 in un pagamento, nasce su Base - la “chain” di Coinbase - e regola in USDC: a metà luglio i tracker contano tra 160 e 195 milioni di transazioni cumulative, ma il volume genuino stimato dagli analisti si ferma attorno ai $15 milioni, con la transazione media da 20 centesimi. Il protocollo AP2 di Google è nato con 60 partner: Adyen, American Express, Mastercard, PayPal. Stripe ha costruito Tempo con validatori aziendali e ci ha innestato Visa Intelligent Commerce e Mastercard Agent Pay, che portano gli agenti direttamente sui binari delle carte di credito. E il GENIUS Act, la legge federale americana sulle stablecoin, impone agli emittenti la capacità tecnica di congelare e bruciare i token su ordine delle autorità. Il mercato ha già votato: le stablecoin valgono oggi circa $315 miliardi e l’83% è USDT e USDC, due emittenti centralizzati che rispondono ai tribunali.
L’agente di un’azienda regolata è un dipendente con il badge: fa quello che decide l’azienda, che fa quello che impone il regolatore. Che da questa catena di comando nasca domanda organica di bitcoin è illusorio: ne nascerà domanda di stablecoin regolate, su binari aziendali, con il pulsante del congelamento sempre a portata di mano. Lo sa bene lo stesso Xu: un anno fa si è trovato a scusarsi pubblicamente perché i controlli antiriciclaggio di OKX congelavano gli account di utenti innocenti, falsi positivi “inevitabili” nel suo stesso racconto.
La vera utilità
Un motivo per accumulare bitcoin c’è, ovviamente, ed è più solido di qualunque keynote: bitcoin è l’assicurazione contro il crollo - lento, ma inesorabile - del sistema tradizionale.
Crescita massa monetaria: il debito federale americano ha superato i $38 mila miliardi a inizio anno e gli interessi corrono a oltre 1000 miliardi di dollari l’anno, cresciuti del 40% in dodici mesi; nella Fermata #302 abbiamo visto che circa un terzo dei dollari oggi in circolazione sei anni fa non esisteva.
Censura finanziaria: nel 2022 il Canada ha congelato almeno 257 conti correnti per decreto, senza processo, durante le proteste dei camionisti; due anni dopo un tribunale federale ha dichiarato incostituzionale quel ricorso all’Emergencies Act, ma i conti erano già stati congelati.
Restrizioni: lo scorso 9 luglio il Parlamento europeo ha lasciato passare il ripristino della scansione delle comunicazioni private (Chat Control 1.0) - la maggioranza dei votanti voleva respingerlo, ma serviva la maggioranza assoluta dei componenti - e il regime resterà in vigore fino al 2028; l’euro digitale, intanto, ha incassato il via libera della commissione ECON il 23 giugno e marcia verso il voto finale, con la BCE che parla di emissione possibile nel 2029.
Più inflazione, più censura, più controllo: ogni passo del mondo legacy verso il baratro sposta quote di mercato verso l’unica rete che nessuno può congelare. È un processo tanto garantito quanto lento: anni, forse decenni.
Le aziende non hanno decenni: hanno trimestrali da chiudere, investitori da rassicurare, quotazioni da preparare. Il futuro lontano non paga gli stipendi di oggi e allora lo si anticipa a colpi di narrative: la finanza tradizionale che sta per arrivare, gli agenti che compreranno bitcoin, tutto che va onchain.
Ogni azienda porta acqua al proprio mulino, il mulino di Bitcoin macina da solo e senza fretta.
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