Fermata #297 - In fork veritas
Tre proposte di fork in nove mesi, tutte destinate al fallimento: l'ultima in ordine di tempo è di Paul Sztorc. A questo punto della storia, chi prova a riscrivere Bitcoin lo fa per ego o per soldi.
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“Sto aiutando a creare un nuovo hard fork di Bitcoin in uscita ad agosto, chiamato eCash. I vostri bitcoin si splittano: se avete 4,19 BTC, riceverete 4,19 eCash. Potete venderli, tenerli, ignorarli.” Così Paul Sztorc, Ceo di LayerTwo Labs, il 24 aprile su X ha annunciato il suo nuovo progetto. Nel resto del thread aggiunge il dettaglio che è diventato il vero centro del dibattito: il fork riassegnerà manualmente circa 500.000 BTC attribuiti a Satoshi a investitori e sviluppatori del progetto stesso.
È il terzo fork che fa rumore in nove mesi. A ottobre Dathon Ohm ha presentato BIP 444, poi diventato BIP 110, un soft-fork temporaneo anti-spam che, nel testo, minaccia conseguenze morali e legali a chi rifiutasse di adottarlo. A febbraio Jameson Lopp ha rilanciato la proposta di soft-fork quantum per congelare gli UTXO firmati da chiavi vecchie.
Tre proposte tecnicamente diversissime. Una drivechain travestita da airdrop, una restrizione sui dati di transazione, un congelamento di UTXO inattivi. Un denominatore comune: zero possibilità realistica di adozione, secondo qualunque metrica osservabile sul campo. E tre persone che insistono comunque a implementarle.
In fork veritas. Ogni proposta di fork, in questa fase della storia di Bitcoin, dice qualcosa di chi la avanza.
Anatomia del fork di Sztorc
Per inquadrare il caso più recente: al blocco 964.000 di Bitcoin, atteso per agosto 2026, partirà una nuova blockchain chiamata eCash. La sua storia replicherà quella di Bitcoin fino a quel blocco. Da lì in poi le due blockchain divergeranno. Chi al momento dello snapshot deterrà N BTC, sulla nuova blockchain si ritroverà con N eCash.
Il livello base di eCash è descritto come una near-copy di Bitcoin Core. Mining SHA-256d, stesse regole di consenso, blocchi da 1 megabyte. La differenza tecnica è una sola: eCash nasce con BIP300 e BIP301 attivate, tramite una procedura che il team chiama “Core-Unmodified Soft Fork”. In pratica, le drivechain attivate senza toccare il codice di consenso del layer 1.
BIP300 introduce gli “hashrate escrows”: casseforti gestite dai miner tramite voto, che permettono di depositare e prelevare coin tra main chain e sidechain ancorata. BIP301 aggiunge il “blind merged mining”: i miner SHA-256d possono raccogliere le commissioni di una sidechain senza far girare il suo full node, includendo il commitment giusto nei propri blocchi. Sztorc ci lavora dal 2015. Bitcoin Core, dopo dieci anni di discussione, non le ha mai attivate.
eCash partirà con sette drivechain già pronte: Truthcoin (mercati predittivi, vecchio progetto di Sztorc), CoinShift (DEX), Bitassets, Bitnames, un chain Zcash-style per la privacy, Photon (post-quantum), più una settima.
Sulla nuova chain Sztorc intende riassegnare manualmente circa 500.000 eCash che, sulla copia, finirebbero negli indirizzi attribuiti a Satoshi Nakamoto. Non li manda agli indirizzi originali. Li sposta su nuove chiavi controllate da investitori, sviluppatori e finanziatori del progetto.
Tre fork, una sola scena
Le drivechain non sono mai entrate in Bitcoin. Il dibattito è andato avanti per quasi un decennio. Sztorc ha trasformato la frustrazione in leva: in una dichiarazione successiva all’annuncio ha lasciato intendere che il fork si annullerebbe da solo se Bitcoin Core attivasse BIP300/301 prima di agosto. Tradotto: o le drivechain entrano in mainnet, o lui le fa girare su una blockchain parallela e si porta via 1,1 milioni di eCash da spartirsi con chi lo finanzia. Una proposta tecnica e un ricatto commerciale nella stessa frase.
LayerTwo Labs, la startup di Sztorc, ha raccolto $5 milioni in un seed round nel 2023. Ha incentivo strutturale a vedere il proprio stack adottato.
Spostiamoci a Dashjr. Maintainer di Bitcoin Knots, l’implementazione alternativa a Core che si è fatta strada nel 2025 dopo le modifiche alla mempool di Bitcoin Core v30, con BIP 444 ha proposto a ottobre un soft-fork temporaneo di dodici mesi per limitare la dimensione dei dati nelle transazioni. Nel testo del BIP ha scritto che esiste “un impedimento morale e legale a qualsiasi tentativo di rifiutare questo soft-fork”, e che chi lo rifiuta “potrebbe essere oggetto di conseguenze legali o morali”. Ha poi aggiunto che esisteva la possibilità di un hard fork temporaneo per “proteggere” i node runner da contenuti illeciti, smentendola pochi giorni dopo.
Lopp, infine. La sua proposta quantum, ancora più radicale, vorrebbe congelare per sempre gli UTXO firmati da chiavi pubbliche esposte, perché vulnerabili a un futuro computer quantistico. La community ha respinto la proposta in massa.
Tre persone diverse, tre fork diversi, una sola scena. Chi propone di alterare le regole di Bitcoin in questa fase della storia o ha un’agenda economica abbastanza diretta da rendere conveniente l’operazione anche con probabilità di successo prossime allo zero, oppure ha un’agenda di ego abbastanza forte da rendere accettabile il fallimento pubblico in cambio di rilevanza mediatica. Spesso le due cose coincidono. Tertium non datur, perché chiunque osservi il funzionamento di Bitcoin negli ultimi otto anni sa che proporre un fork è perdere tempo. Dal 2017 in poi nessun fork ha intaccato la dominance di BTC. BCH, BSV, XEC, BTG: tutti vivi sulla carta, tutti morti sul mercato.
A meno che il fallimento non sia il piano.
Annunciare un fork crea volatilità di breve termine. Posizionarsi prima dell’annuncio, magari shortando BTC nelle ore precedenti, è un trade asimmetrico ben conosciuto. Non sto accusando Sztorc, Lopp e Dashjr di insider trading. Sto dicendo che il modello esiste, che incentiva chi è disposto a sporcarsi le mani, e che ogni fork senza realistiche probabilità di adozione è, di default, una scossa di mercato a favore di chi sa quando arriva.
Patoshi non è un atto notarile
Torniamo al fork di Sztorc. La sua difesa è formalmente corretta: lui non muove un solo BTC. Su Bitcoin, gli UTXO di Satoshi restano dove sono.
Tuttavia, su eCash Sztorc dichiara di sapere quali UTXO appartengono a Satoshi. Nessuno lo sa con certezza crittografica. L’attribuzione si basa sul cosiddetto pattern Patoshi, individuato da Sergio Demian Lerner nel 2013: una distribuzione anomala dei nonce nei blocchi minati nei primi mesi di Bitcoin, compatibile con un singolo miner. Da lì si arriva a stimare circa 1,1 milioni di BTC riconducibili a quel miner.
È un’euristica statistica. Robusta, citata, riprodotta. Resta euristica. Nessuno ha la firma digitale di Satoshi su quegli output. Riassegnare gli eCash corrispondenti, sul fork, equivale a un sequestro discrezionale fondato su un’interpretazione di pattern crittografici. Il fatto che avvenga su una copia non cambia la sostanza del precedente.
C’è poi il secondo argomento di Sztorc, quello con cui prova a giustificare la necessità del fork: Bitcoin sarebbe carente sul fronte privacy e le drivechain, in particolare quella in stile Zcash, servirebbero a colmare il vuoto.
La privacy su Bitcoin esiste ed è già accessibile anche a utenti non smaliziati. Boltz consente swap fra Lightning, Liquid e mainchain con un’interfaccia semplicissima. Pochi click, niente account. Wasabi Wallet implementa CoinJoin con il protocollo WabiSabi. Bull Bitcoin Wallet integra PayJoin nativo. Strumenti disponibili oggi: costruire un’altra blockchain per risolvere la privacy è una soluzione che cerca un problema.
Cosa succederà in agosto
Lo scenario più probabile è quello dell’irrilevanza. La storia dei fork passati racconta una traiettoria coerente: hype iniziale, picco di prezzo concentrato sui giorni del fork, lenta erosione del valore. Il consenso degli sviluppatori non si compra con un airdrop. Quello degli exchange si misura sul volume reale, e il volume reale segue gli utenti, che oggi sono ben distribuiti fra mainchain e Lightning. Senza adozione da parte degli exchange, eCash diventa un asset auto-referenziale dove i 500.000 token riassegnati valgono quanto chi li detiene riesce a venderli al primo malcapitato.
Nello scenario meno probabile, ma più rumoroso, in cui uno o più exchange dovessero listare eCash al lancio, si aprirà un mercato dove gli holder di BTC potranno vendere il proprio airdrop per accumulare più BTC. È esattamente quello che accadde con Bitcoin Cash nel 2017 per chi non aveva attaccamento ideologico al fork.
Resta una nota operativa. Per vedere il saldo eCash basterà un wallet watch-only che importi una xpub. Per spendere serve la chiave privata e qui inizia il rischio.
Il client di attivazione pubblicato dal team eCash sarà nuovo, freezato 30 giorni prima del lancio, sottoposto a bug bounty in estate ma non ancora battle-tested. Importare la seed in un wallet appena nato significa fidarsi di un software che, nella migliore delle ipotesi, ha qualche mese di vita. La regola pratica è quella che vale per qualsiasi airdrop su seed phrase condivisa: prima di toccare gli eCash, spostare i bitcoin su una nuova seed phrase, isolata dal wallet usato per il claim.
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