Fermata #295 - Collettivismo quantistico
Sei sviluppatori firmano BIP-361 per congelare i bitcoin potenzialmente vulnerabili alla futura minaccia quantistica. Un precedente insensato che Bitcoin non può permettersi
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“Non piace nemmeno a me. L’ho scritta perché l’alternativa mi piace ancora meno”. Con queste parole Jameson Lopp - sviluppatore, Cto di Casa, uomo discretamente paranoico in materia di sicurezza - ha risposto a chi lo accusava di tradire lo spirito di Bitcoin. La proposta in questione si chiama BIP-361, e chiude la trilogia quantistica che vi ho raccontato nelle scorse due Fermate.
Il titolo ufficiale è Post Quantum Migration and Legacy Signature Sunset. Il testo è stato assegnato sul repository ufficiale delle BIP lo scorso 11 febbraio, e ha incendiato il dibattito pubblico negli ultimi giorni, dopo che il Core developer Mark Erhardt lo ha rilanciato su X. Insieme a Lopp firmano Christian Papathanasiou, Ian Smith, Joe Ross, Steve Vaile e Pierre-Luc Dallaire-Demers.
L’idea, riassunta senza giri di parole: dopo una finestra di transizione, chi non avrà migrato i propri bitcoin verso indirizzi quantum-resistant si ritroverà con i fondi congelati. Per sempre.
Un fork a tre fasi
BIP-361 sarebbe un soft-fork che opera in tre tempi.
Fase A: circa tre anni dopo l’attivazione (160.000 blocchi): diventa impossibile inviare bitcoin verso gli attuali tipi di indirizzo, cioè quelli protetti da firme ECDSA o Schnorr - in pratica tutti quelli in uso oggi. Chi possiede già bitcoin su quegli indirizzi può ancora spenderli, ma nessuno può inviargliene di nuovi.
Fase B: due anni dopo (cinque anni totali dall’attivazione): a un’altezza di blocco prestabilita, le firme legacy diventano invalide. Tutti i bitcoin che a quel punto si trovano ancora su indirizzi vecchi diventano impossibili da spendere, per sempre.
Fase C: ancora in stato di studio. Un meccanismo di recupero tramite zero-knowledge proof della seed phrase BIP-39. Chi ha aspettato troppo ma può dimostrare crittograficamente di possedere la chiave privata dovrebbe poter recuperare qualcosa. Il dovrebbe è d’obbligo: il paragrafo più importante della proposta è quello ancora non scritto.
Tutto questo si appoggia a BIP-360, una proposta sorella ancora in discussione che definisce come saranno fatti i nuovi indirizzi post-quantistici. Senza BIP-360 attivato, BIP-361 non va da nessuna parte: è un treno che aspetta i binari.
La tesi dei proponenti
I sei sviluppatori partono da un dato. Secondo il sito ufficiale della proposta, al primo marzo 2026 oltre il 34% di tutti i bitcoin esistenti aveva chiavi pubbliche esposte on-chain. Sono UTXO tecnicamente vulnerabili il giorno in cui un computer quantistico con abbastanza qubit stabili riuscirà a eseguire l’algoritmo di Shor contro le firme a curva ellittica a 256 bit.
Il numero di bitcoin complessivamente a rischio - secondo Lopp - è di 5,6 milioni. Circa il 28% della supply in circolazione. In questo insieme ci sono 1,1 milioni di bitcoin che non si muovono dal 2010 e che vengono probabilisticamente attribuiti a Satoshi Nakamoto.
La tesi centrale della proposta è: se gli UTXO fermi venissero intercettati da un attaccante in possesso di un chip quantistico sufficientemente potente, verrebbero sbloccati e, con ogni probabilità, immessi sul mercato. Il dump conseguente eroderebbe il valore di tutti gli altri bitcoin. Cito dal testo della BIP: “I coin persi fanno valere un po’ di più tutti gli altri. I coin recuperati da un attaccante li fanno valere di meno. Consideratelo un furto ai danni di tutti.”
Lopp stesso, nelle ore successive all’esplosione del dibattito, ha sentito il bisogno di chiarire la propria posizione. In un’intervista a Cointelegraph ha ribadito: “Al momento, non credo che nulla di tutto questo sia necessario”
Il coro di no
La reazione della community è stata, diciamo così, poco ambigua.
Marty Bent, fondatore di TFTC, ha definito la proposta “ridicola” e in un editoriale ha smontato i punti cardine. Il primo è quello che chiama “the man in the coma”: chiunque sia in coma, in prigione, in una situazione qualsiasi che per cinque anni gli impedisca di eseguire una migrazione, perderebbe tutti i propri bitcoin. “Congelati a consenso. È il design della proposta, non un bug. Ed è un precedente terribile.”
Il secondo punto di Bent è quello che scotta di più. Se le regole di consenso possono congelare indirizzi in base al tipo, i governi hanno un precedente nobilitato da portare al tavolo: congelare gli UTXO sanzionati, oppure detenuti da persone politicamente sgradite, oppure associati a indirizzi finiti su una lista OFAC. La conclusione di Bent è secca: “Il valore fondamentale di Bitcoin è che nessuno può congelare i tuoi soldi. BIP-361 propone esattamente questo.”
Adam Back, CEO di Blockstream, ha preso la scena da un angolo più tecnico alla Paris Blockchain Week. Per Back i computer quantistici di oggi sono “essenzialmente esperimenti di laboratorio“ con progressi “incrementali”, e Bitcoin può benissimo preparare upgrade opzionali senza bisogno di congelamenti imposti. “Quando qualcosa diventa urgente, concentra l’attenzione e produce consenso”, ha detto, lasciando intendere che la governance distribuita di Bitcoin è perfettamente in grado di gestire un’emergenza senza pianificare congelamenti con anni di anticipo. Il rischio, insomma, è smantellare il castello da dentro per proteggersi da un nemico che non esiste ancora.
Il parere non richiesto di chi non scrive codice
Un anno fa proprio Jameson Lopp su X sminuiva la posizione di Bob Burnett, CEO di Barefoot Mining, che si definiva contrario alla proposta di rimozione al limite di OP_RETURN nella versione 30 di Bitcoin Core.
“Stavo per invitarti a dire la tua sulla pull request, ma se non hai mai contribuito a Bitcoin Core, al momento non potrai farlo. Per essere chiari: quello che intendo dire è che le opinioni sui social media non hanno alcuna rilevanza per quanto riguarda le discussioni nel repository”.
Eccomi, quindi, con un umile commento che arriva da chi non ha mai contribuito al codice di Bitcoin Core e che, forse, Lopp riterrebbe del tutto irrilevante. Tre cose, rapide.
Introdurre divieti sui bitcoin di altre persone è una follia che lede due concetti fondanti di Bitcoin: la proprietà privata e l’immutabilità. Sono le feature principali del protocollo, il motivo per cui Bitcoin esiste e non è l’ennesimo database permissioned. Dire “questi bitcoin, seppur legittimamente posseduti, vanno bloccati per il bene collettivo” significa negare il punto di partenza. Tradotto: se il consenso potesse congelare bitcoin in base al tipo di indirizzo, saremmo a un registro permissionless a patto di seguire le regole. Un ossimoro con la patente.
Ammesso, ipoteticamente e contro ogni evidenza, che l’idea fosse anche solo lontanamente realizzabile - fortunatamente non si arriverà mai a un consenso così ampio per attivare questo soft-fork - si tratterebbe di un precedente pericolosissimo. Oggi si congela per “l’emergenza” - del tutto inesistente e alimentata da paura irrazionale e interessi economici - quantistica. Domani per cosa? Per gli UTXO dormienti che rischiano di destabilizzare il mercato? Per quelli legati a indirizzi sanzionati OFAC? Per i fondi di un exchange fallito che vanno redistribuiti equamente? Una volta che la rete accetta il principio, la lista delle buone ragioni per introdurre regole arbitrarie si allunga da sola. Chi conosce la storia delle libertà civili sa come va a finire: le regole d’emergenza restano, l’emergenza passa.
Mettiamo pure che tra 40 anni un computer quantistico degno di questo nome arrivi a estrarre i 5,6 milioni di bitcoin fermi. Qual è il problema, esattamente? La protezione dei propri UTXO è una responsabilità personale, non collettiva. Cosa siamo, nel socialismo? Se Satoshi non si è preso la briga di migrare in quarant’anni, è affar suo - letteralmente. E se quei bitcoin venissero immessi sul mercato e provocassero un dump? Benissimo. Bitcoin ha conosciuto dump dell’80% e li ha assorbiti tutti. La volatilità è una caratteristica strutturale di questa rete, non un incidente da prevenire riscrivendo la costituzione. Il mercato fa il mercato.
Lopp sostiene di aver messo nero su bianco BIP-361 per prevenire danni peggiori, e gli va dato atto di aver formalizzato un ragionamento che qualcun altro avrebbe potuto portare avanti in forma molto meno onesta. Ma il tema vero sta altrove, molto più in là della quantum FUD: BIP-361 vuole normalizzare l’idea che la comunità possa decidere il destino dei bitcoin altrui. Una volta normalizzata, la stessa idea vale per qualsiasi emergenza futura, vera o costruita.
C’è un non-problema, e non va risolto, perché non c’è nulla da risolvere. Se un computer quantistico arrivasse domani, come abbiamo visto la settimana scorsa, Bitcoin avrebbe già gli anticorpi dentro il proprio DNA. Servono solo due cose: tempo e pazienza. Il contrario esatto di un freeze pre-programmato con cinque anni di anticipo.
In ogni caso, cari lettori, non preoccupatevi. Con buona pace di Lopp e di quei Core Developer che vorrebbero poter parlare solo tra di loro, l’opinione di chi gestisce un nodo Bitcoin vale tanto quanto la loro. Prima di attivare una distopia collettivista su Bitcoin, dovranno passare sul mio nodo.
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