Fermata #289 - Lo speakeasy di Bitcoin
In un mondo dominato da CBDC e agenti AI, Bitcoin diventerebbe appannaggio dei soli ricchi? La storia suggerisce il contrario.
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New York, 17 gennaio 1920. Il Volstead Act entra in vigore a mezzanotte precisa. Da quel momento, produrre, trasportare o vendere bevande alcoliche è illegale in tutti gli Stati Uniti. John D. Rockefeller, Henry Ford e l’Anti-Saloon League festeggiano: ce l’hanno fatta. L’alcol è fuorilegge.
Tredici anni dopo, il governo americano abrogò silenziosamente quel provvedimento, perché il proibizionismo aveva ottenuto esattamente il contrario di quello che si proponeva: se prima del 1920 a New York esistevano 15.000 bar legittimi, dieci anni dopo ne funzionavano 32.000 clandestini. La produzione di alcolici era cresciuta da 190 milioni di litri nel 1920 a 290 milioni nel 1932. Il mercato nero dell’alcol valeva $3,6 miliardi l’anno, una cifra pari all’intero budget federale dell’epoca. Al Capone aveva costruito un patrimonio di $60 milioni dal nulla, in cinque anni.
Lo Stato aveva provato a togliere dal mercato qualcosa che la gente voleva e la gente, in risposta, aveva costruito strutture parallele.
Questa storia mi è tornata in mente mentre leggevo un commento alla Fermata #288. La settimana scorsa ho scritto di Bitcoin come ultima scarsità matematica in un mondo in cui l’intelligenza artificiale sta rendendo abbondante quasi tutto il resto.
Giac, lettore di Bitcoin Train, ha commentato con un’argomentazione interessante che merita una risposta:
https://x.com/giac_bit/status/2028164067941052909
Il ragionamento dipinge uno scenario distopico: governi che impongono le CBDC come unico mezzo di pagamento legale, Bitcoin vietato o fortemente limitato, accesso residuo garantito solo a chi possiede strumenti tecnici avanzati - come gli agenti AI. In questa visione, Bitcoin diventerebbe non la valuta della libertà, ma l’ennesimo privilegio per chi ha già tutto.
È uno scenario che non credo si avvererà, ma vale la pena provare a prenderlo seriamente.
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La fallacia del proibizionismo
Partiamo da un dato elementare: ogni volta che uno Stato ha vietato qualcosa che la gente voleva, il risultato è stato sempre lo stesso.
Il proibizionismo americano è il laboratorio più documentato. In sette anni dall’entrata in vigore del Volstead Act, il numero di centri di produzione illegale di alcol passò da 400 a oltre 80.000. Gli speakeasy, nonostante fossero illegali, erano diventati l’esperienza sociale normale di un’intera generazione americana, nascosti dietro farmacie, macellerie e negozi di alimentari, accessibili con una parola d’ordine. Qualunque posto poteva celare un passaggio verso un mondo parallelo fatto di cocktail e musica.
Lo stesso schema si è ripetuto con le droghe. La War on Drugs americana è iniziata ufficialmente nel 1971. Nei cinquant’anni successivi, gli Stati Uniti hanno speso circa $1.000 miliardi in enforcement. Risultato: il mercato illegale globale della droga vale oggi oltre $330 miliardi l’anno e il prezzo reale dell’eroina sul mercato nero è sceso da $1.896 al grammo nel 1981 a $408 nel 2011, con una purezza media cresciuta dall’11% al 28%. Più proibizione, più mercato. Prezzi calati. Disponibilità aumentata.
La regola è ferrea e vale per ogni domanda economica repressa: una censura genera sempre un mercato sommerso proporzionale alla domanda che non riesce a soddisfare. Maggiore è la censura, maggiore è il mercato sommerso che si genera, perché la gente non è stupida.
Bitcoin nei regimi ostili
Nel febbraio 2021, la Banca Centrale Nigeriana ha vietato alle istituzioni finanziarie regolamentate di trattare criptovalute. Nei tre mesi successivi al divieto, i volumi peer-to-peer di Bitcoin in Nigeria sono cresciuti del 27% - da $80 milioni a $103 milioni al trimestre. Oggi, secondo Chainalysis, la Nigeria è tra i mercati Bitcoin P2P più attivi del mondo, con volumi superiori a $400 milioni. L’Africa subsahariana ha superato i volumi nordamericani sui circuiti peer-to-peer proprio negli anni del divieto.
Il caso cinese è ancora più istruttivo, perché la Cina dispone di strumenti di sorveglianza digitale che nessuna democrazia occidentale ha implementato (per ora). Nel settembre 2021, la banca centrale di Pechino ha vietato tutti gli scambi di criptovalute: qualsiasi transazione, illegale. L’hashrate cinese è sparito dai radar per qualche settimana, poi è riemerso - discretamente, attraverso VPN e circuiti OTC. Oggi la Cina rappresenta circa il 14% dell’hashrate globale di Bitcoin, terzo posto nel mondo, in un paese dove possedere Bitcoin è tecnicamente fuori legge. Nel 2024, secondo Chainalysis, il volume OTC di criptovalute in Cina ha raggiunto i $23,7 miliardi.
Questi numeri vengono da ambienti con sorveglianza molto più efficiente di qualsiasi CBDC europea in fase di progettazione. Se i divieti non hanno funzionato lì, per quale ragione dovrebbero funzionare a Francoforte o a Roma?
L’equazione (secondo me) sbagliata
Torniamo al punto centrale del commento di Giac: anche ammettendo lo scenario distopico - CBDC obbligatorie, Bitcoin acquistabile solo tramite canali non regolamentati - l’assunzione implicita è che gli agenti AI siano per definizione tecnologia d’élite.
Ma è davvero così?
ChatGPT ha raggiunto un milione di utenti in cinque giorni dal lancio, nel novembre 2022. Oggi conta 900 milioni di utenti settimanali. Gli strumenti AI di base sono accessibili a $20 al mese o gratuitamente. OpenClaw è gratuito, open-source e utilizzabile tramite API.
La democratizzazione degli strumenti tecnologici è il pattern che si è ripetuto con ogni tecnologia rilevante degli ultimi trent’anni. Internet, gli smartphone, il cloud. Sempre le stesse tappe: tecnologia costosa e riservata agli esperti, poi rapida diffusione, poi adozione di massa. Certo, estremamente centralizzata e nelle mani di pochi, ma questo è un altro discorso: i benefici dell’enorme disponibilità di informazione generati da Internet sono innegabili.
E poi c’è la domanda più profonda: in un mondo in cui tutti hanno un agente AI personale, il controllo monetario diventa più facile o più difficile?
Proviamo a immaginarlo: un idraulico che lavora occasionalmente in nero può incaricare il suo agente di convertire la sua prestazione direttamente in satoshi tramite un circuito peer-to-peer, senza mai passare per il sistema bancario. Un artigiano può barattare parte del suo lavoro con metalli preziosi - anch’essi scambiati nel mercato nero, come è sempre stato - e convertirli. Un lavoratore da remoto può ricevere pagamenti Lightning già oggi.
Gli agenti AI in questo contesto distribuiscono il potere, non lo concentrano. Lavorano per chi li usa, non per la banca centrale che ha emesso la CBDC. L’adozione agentica di Bitcoin potrebbe paradossalmente rendere il controllo monetario più difficile, non più facile: invece di pochi exchange centralizzati da bloccare con una telefonata, l’autorità si troverebbe di fronte a milioni di agenti individuali che operano P2P, ognuno per conto del proprio utente.
Quello che il proibizionismo già sa
C’è un’ultima ironia che vale la pena sottolineare.
Un divieto su Bitcoin genererebbe le stesse dinamiche che il proibizionismo ha generato con l’alcol: spostamento verso P2P e OTC, crescita dell’infrastruttura underground, impossibilità pratica di enforcement su una rete globale pseudonima senza frontiere fisiche. E nel frattempo, chi gestisce quei canali diventerebbe il nuovo Al Capone - solo che invece di whiskey di contrabbando, starebbe vendendo il bene monetario più scarso del pianeta.




