Fermata #307 - Parte la Resistenza
Per la prima volta qualcuno trascina DAC8 davanti a un giudice. Lo fa Bull Bitcoin, dalla Francia, e una sua eventuale vittoria varrebbe per tutti.
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Più volte in questi mesi ho raccontato la stessa storia da angolazioni diverse: lo Stato che costruisce, un pezzo alla volta, l’infrastruttura di sorveglianza più capillare mai messa in piedi: DAC8, Travel Rule, Digital ID.
Questa volta, finalmente, una vera e propria boccata d’ossigeno. Arriva il primo pushback ufficiale, la prima reazione alle maglie della censura che tentano di restringersi giorno dopo giorno. Bull Bitcoin contro DAC8, per la libertà di tutti noi.
Bull Bitcoin, il più longevo exchange Bitcoin-only e non custodial al mondo, nato nel 2013 a Montréal, è un’azienda autofinanziata, senza un euro di venture capital alle spalle, che la propria espansione europea l’aveva annunciata con un titolo che era già un programma: riprendersi la sovranità.
Da un paio d’anni Bull Bitcoin opera anche in UE attraverso la sua sede francese e proprio dalla Francia ha deciso di aprire le ostilità. Il bersaglio, nello specifico, è il decreto con cui Parigi ha recepito DAC8.
La posta in gioco, come vedremo di seguito, va molto oltre i suoi clienti.
Schedati per legge
Un rapido ripasso, perché su DAC8 ci siamo già passati. La direttiva europea è entrata in vigore il primo gennaio di quest’anno. Estende lo scambio automatico di informazioni fiscali tra i Paesi dell’Unione alle criptovalute, ricalcando lo standard internazionale dell’OCSE, il Crypto-Asset Reporting Framework.
In pratica, ogni fornitore di servizi crypto che opera nell’Unione è obbligato a raccogliere e comunicare al fisco i dati dei propri utenti: identità completa, codice fiscale, valore del portafoglio, importo delle transazioni. Le informazioni vengono poi scambiate in automatico tra le amministrazioni dei 27 Stati membri. Gli operatori francesi devono inviare la prima dichiarazione entro il 15 giugno 2027, lo scambio tra Stati scatterà entro la fine di settembre dello stesso anno.
Il risultato è quello che su queste pagine abbiamo già chiamato per nome: il più vasto database di detentori di criptovalute mai concepito. Nome, cognome, indirizzo, patrimonio, accessibile a migliaia di funzionari in 27 Paesi.
La Francia ha recepito la direttiva con il decreto n° 2025-1276, pubblicato lo scorso dicembre. E qui c’è il dettaglio che conta. Parigi ha fatto di più che recepire DAC8: ci ha aggiunto un obbligo tutto suo. Il decreto qualifica esplicitamente lo staking e il prestito di criptovalute tra le attività da dichiarare, una prima assoluta a livello mondiale.
Tenete a mente questo punto, perché è il primo grimaldello della strategia legale di Bull Bitcoin.
Lo Stato che consegna i bersagli
Il problema è che questo database non resta sulla carta e le conseguenze le abbiamo già viste sulla pelle delle persone. Ne ho scritto in lungo e in largo nella Fermata #287, La caccia all’uomo: la funzionaria fiscale di Bobigny che rivendeva a una banda criminale gli indirizzi dei contribuenti crypto estratti dal software del fisco, la piattaforma Waltio violata con 50.000 utenti esposti, i sequestri a catena in Francia.
Da allora i numeri sono peggiorati. Solo nei primi mesi del 2026 la Francia ha contato almeno 41 tra sequestri e invasioni domestiche legate alle criptovalute: uno ogni due giorni e mezzo. Circa il 70% di tutti gli attacchi a sfondo crypto registrati nel mondo quest’anno è avvenuto su territorio francese. Il database che cataloga questi episodi dal 2014, curato dal ricercatore Jameson Lopp, ha superato i 188 casi totali, con le aggressioni fisiche in crescita del 250% in un anno.
Il meccanismo è sempre lo stesso e con DAC8 diventa sistemico. Dichiarare bitcoin al fisco significa lasciare da qualche parte la prova che possiedi un asset al portatore, facile da trasferire e difficile da recuperare - e che a quell’asset corrisponde un nome e un indirizzo fisico. Basta un impiegato corrotto, un attacco informatico, una falla. La gang fa il resto.
Finora questa esposizione nasceva da falle isolate e registri sparsi. DAC8 la industrializza: rende la raccolta obbligatoria, la standardizza e la fa viaggiare attraverso 27 frontiere. Più dati, in più mani, in più Paesi.
Bull Bitcoin ha deciso di non abbassarsi ad accettare questo compromesso.
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La prima crepa nel muro
Veniamo cosa ha fatto, concretamente, Bull Bitcoin. La strategia corre su due binari paralleli.
Il primo binario è l’impugnazione nel merito del decreto francese davanti al Conseil d’État, il vertice della giustizia amministrativa francese. Qui Bull attacca su due fronti.
Fronte tecnico: il decreto ha esteso gli obblighi di segnalazione allo staking e al prestito spingendosi oltre quanto la legge gli consentiva, in violazione dell’articolo 34 della Costituzione francese. Il punto interessante è che il Conseil d’État può pronunciarsi su questo motivo per conto proprio, in tempi relativamente brevi, senza aspettare nessun altro.
Fronte di merito: Bull sostiene che DAC8 sia incompatibile con i diritti fondamentali garantiti dalla Carta dell’Unione Europea, gli articoli 7 e 8 su vita privata e protezione dei dati personali, e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. C’è però un ostacolo strutturale: nessun tribunale nazionale può cancellare una direttiva europea. Per questo Bull Bitcoin chiede al Conseil d’État di girare la questione alla Corte di giustizia dell’Unione Europea e di congelare il procedimento in attesa della risposta.
È un cambio di terreno notevole. Una sorveglianza finanziaria di massa, indiscriminata e permanente, è davvero compatibile con i diritti fondamentali di chi la subisce? Bull Bitcoin chiede a una corte di metterlo nero su bianco.
Qui sta lo scenario con l’impatto più profondo. Se la Corte di giustizia dichiarasse la direttiva invalida, l’intera base giuridica degli obblighi di segnalazione crollerebbe in tutti e 27 gli Stati membri e in modo permanente. È anche lo scenario più lento: una tempistica realistica, avverte Bull, non scende sotto i tre-cinque anni.
Ed è qui che entra in gioco il secondo binario, pensato proprio per non restare ostaggio di quei tempi. In parallelo, Bull sta per depositare una richiesta di sospensione d’urgenza, il référé-suspension. La esaminerà un giudice diverso, quello dei provvedimenti urgenti, che deve decidere nel giro di settimane o mesi.
Il giudice può sospendere il decreto se ricorrono due condizioni:
Un serio dubbio sulla sua legittimità: si appoggia agli stessi argomenti del procedimento principale.
La seconda è l’urgenza: bisogna dimostrare che la scadenza del 15 giugno 2027 rappresenta un danno abbastanza imminente e grave. Gli argomenti non mancano: l’esposizione a sanzioni pesanti, il costo di costruire sistemi di raccolta dati difficilmente reversibili e i rischi per la privacy dei clienti, documentati richiamando proprio l’impennata di attacchi informatici contro le amministrazioni pubbliche e la sensibilità dei dati in gioco.
E arriviamo al punto che rende questa mossa interessante per chiunque detenga criptovalute in Europa, non solo per i clienti di Bull. La sospensione d’urgenza colpisce il decreto attuativo, non la direttiva: quella, come detto, può fermarla solo la Corte di giustizia. Ma nel diritto amministrativo francese la sospensione di un atto regolamentare ha effetto erga omnes, cioè vale per tutti, non solo per chi ha presentato il ricorso. Il decreto n° 2025-1276 si applica a una categoria generale e astratta di operatori. Se il Conseil d’État lo sospende, lo sospende per tutti gli operatori attivi sul territorio francese. E senza un decreto attuativo valido, nessuno avrebbe più un quadro tecnico definito per adempiere agli obblighi di segnalazione.
Tradotto: una sola causa, vinta nel binario veloce, congelerebbe la schedatura per l’intero mercato francese mentre quello lento fa il suo corso a Lussemburgo. In poche parole: tutte le aziende francesi che gestiscono crypto potrebbero essere esenti dalla direttiva DAC8 fino a sentenza definitiva e, in questo modo, a beneficarne sarebbero tutti i loro clienti UE, italiani inclusi.
Tre-cinque anni per la via maestra, qualche mese per quella d’urgenza. Nessuna garanzia che una delle due funzioni, ci mancherebbe. Ma per la prima volta, da quando il muro ha cominciato a salire, qualcuno ha deciso di contestarne le fondamenta nel terreno stesso in cui sono state gettate: i tribunali.
Per anni la risposta alla sorveglianza è stata individuale e silenziosa: le proprie chiavi, il proprio nodo, la responsabilità di non delegare a nessuno la custodia del proprio denaro. Resta la strada più solida e nessun decreto potrà chiuderla. Adesso, accanto a quella, se ne apre un’altra.
Una direttiva ha tirato su il muro, articolo dopo articolo. Servirà una battaglia legale e parecchia pazienza per aprirci la prima crepa. Ma le resistenze cominciano sempre da lì.
Quanto a noi, non ci resta che provare a mostrare tutto il supporto possibile per chi ora ci sta mettendo veramente faccia e soldi: Long Live Bull Bitcoin.
Quando mi chiedete dove comprare bitcoin, la mia prima risposta è sempre il mercato peer-to-peer: Bisq, HodlHodl, Robosats. Ma so che non tutti vogliono usare questi servizi. Se cercate un servizio immediato ma compatibile con i valori originali di Bitcoin, la mia scelta oggi è Bull Bitcoin. Iscrivendovi con il codice “federico” ottenete uno spread ridotto all’1,75% invece del 2%, per sempre. Potete farlo da qui.
Non-custodial, supporta Bitcoin on-chain, Lightning e Liquid. E potete anche spendere i vostri bitcoin per pagare qualsiasi IBAN in euro, senza passare da una banca.
I dati KYC sono su infrastruttura self-hosted, non vengono condivisi con agenzie fiscali, governi o terze parti. E continueranno a non collaborare finché qualcuno non si presenterà con un’ordinanza di un giudice in mano. È l’unico servizio in Europa di cui posso dire questo con certezza.




