Fermata #306 - Ossimoro Presidenziale
Trump dichiara $1,4 miliardi di reddito da digital asset nel primo anno di mandato. Ma "Bitcoin president" è una contraddizione grande come una casa
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Tre giorni prima di giurare sulla Costituzione per la seconda volta, Donald Trump aveva lanciato una memecoin con il proprio nome e si era incoronato “crypto president”. Un anno e mezzo dopo sappiamo quanto vale quella corona: almeno $1,4 miliardi.
È la cifra che compare nella dichiarazione patrimoniale annuale che il presidente ha depositato all’Office of Government Ethics, l’ente federale che vigila sui conflitti di interesse dei funzionari pubblici. Un documento di 927 pagine da cui emerge un dato che fino a pochi anni fa sarebbe suonato surreale: nel 2025 i digital asset sono stati la prima fonte di reddito del presidente degli Stati Uniti, davanti a immobili, resort e cause legali.
L’ecosistema lo ha salutato come il primo “Bitcoin president” della storia americana. Vale la pena chiedersi cosa significhi davvero quel titolo e se Trump lo meriti. Ma prima, i numeri.
L’incasso
La voce più grossa è proprio la memecoin. Il $TRUMP, lanciato tre giorni prima dell’insediamento, ha fruttato al presidente almeno $635 milioni, contabilizzati come royalties di un accordo di licenza con la società Celebration Coins. A ruota World Liberty Financial, il progetto crypto della famiglia Trump, con circa $580 milioni tra vendita del token di governance e cessione di quote della holding. Nella dichiarazione compaiono anche oltre $100 milioni in bitcoin custoditi in un cold wallet: è la prima volta che un presidente in carica mette a verbale il possesso diretto di BTC.
World Liberty Financial merita un inciso a parte perché è il punto in cui l’affare privato e la politica pubblica si sovrappongono. Mentre l’amministrazione riscriveva in senso favorevole le regole del settore - come il GENIUS Act, focalizzato sulle stablecoin - la società della famiglia vendeva il proprio token di governance ad acquirenti in tutto il mondo e lanciava una sua stablecoin. Un sottocomitato del Senato ha aperto un’indagine su afflussi di capitali esteri, insider trading e possibili violazioni della clausola costituzionale sui conflitti di interesse.
E’ qui che la poltrona fa la differenza: $TRUMP è nato con l’80% dell’offerta in mano a società riconducibili al presidente. Nelle ore successive al lancio la capitalizzazione ha sfiorato i $15 miliardi, gonfiata dall’attenzione mediatica che solo un presidente appena eletto può generare. Poi il dump sul mercato retail e il ritracciamento: oggi quella memecoin vale meno di $400 milioni.
Gli insider hanno venduto al picco del prezzo. I piccoli acquirenti, molti dei quali sostenitori politici convinti di comprare un pezzo del loro presidente, hanno comprato al massimo e si sono ritrovati con il cerino in mano.
C’è di più. A maggio 2025 i 220 maggiori detentori del token $TRUMP - che nelle settimane precedenti avevano riversato circa $148 milioni nella memecoin per scalarne la classifica - sono stati premiati con una cena privata con il presidente in un suo golf club vicino a Washington, tour VIP promesso ai primi 25. Un listino per comprarsi una serata con il tycoon. Secondo un’analisi di Bloomberg, oltre la metà di quei 220 operava da exchange offshore e quasi tutti i primi 25 erano stranieri: esattamente ciò che la Costituzione americana vieta a un presidente in carica.
Il direttore etico del Campaign Legal Center ha parlato di un conflitto di interessi “senza precedenti”: mai un capo di Stato aveva avuto un legame così diretto tra i propri asset e le politiche che promuove.
Per dare la misura di questi numeri, un paragone con chi Bitcoin lo produce davvero. I $635 milioni della memecoin - royalties quasi prive di costi, per il solo uso del nome - valgono più o meno l’intero fatturato annuo di Riot Platforms, uno dei maggiori miner quotati d’America: $647,4 milioni nel 2025, il suo anno record, generati costruendo e facendo girare data center in Texas. Il totale della disclosure, $1,4 miliardi, supera i ricavi di MARA, il più grande miner americano per fatturato, fermo a $907 milioni.
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Cosa vuol dire davvero Bitcoin president?
Il titolo di “Bitcoin president” non nasce con Trump. Nasce nel 2021, quando El Salvador è diventato il primo Paese al mondo a riconoscere Bitcoin come moneta a corso legale e Nayib Bukele si è preso l’etichetta. Qualunque cosa si pensi della scelta di usare denaro dei contribuenti per farlo, Bukele un impegno concreto lo ha preso: ha comprato BTC con fondi pubblici, a intervalli regolari, mettendoli nel bilancio dello Stato e tenendoli attraverso ogni ribasso.
Eppure anche il Bitcoin president originale, a un certo punto, si è dovuto inginocchiare. Per ottenere un prestito da $1,4 miliardi dal Fondo monetario internazionale, alla fine del 2024 El Salvador ha accettato di togliere a Bitcoin lo status di moneta a corso legale e frenare gli acquisti con fondi statali. Il presidente che aveva scritto Bitcoin nella costituzione monetaria del suo Paese ha dovuto cedere al prestatore di ultima istanza in valuta fiat, pur di finanziare il deficit del suo governo.
Torniamo a Trump, che di quell’impegno ha preso solo l’etichetta. Nei primi mesi del secondo mandato ha firmato un ordine esecutivo per creare una “Strategic Bitcoin Reserve”, la riserva strategica di bitcoin degli Stati Uniti. Suonava storico. Nella pratica, è un buco nell’acqua.
La riserva è capitalizzata per intero con i bitcoin che lo Stato aveva già confiscato in procedimenti penali e civili: circa 328.000 BTC, la più grande riserva sovrana al mondo. Nessun acquisto sul mercato. Le tanto annunciate strategie “a costo zero per il contribuente” per accumularne altri sono rimaste sulla carta e a oltre un anno di distanza l’ordine esecutivo langue senza una legge a sostenerlo. In sostanza, lo Stato ha deciso di tenersi il bottino dei sequestri invece di rivenderlo.
E allora torniamo alla domanda: cosa vuol dire essere un Bitcoin president? Basta occupare una posizione di potere e nominare Bitcoin in un comizio? Se l’asticella è questa, Trump la supera senza sforzo. Se invece serve un impegno vero, i conti non tornano, nemmeno per Bukele.
La verità è che “Bitcoin president” è un ossimoro. Chi siede su quella poltrona è, per definizione del ruolo, l’amministratore della macchina del debito e della spesa pubblica. Gestisce esattamente quel potere - spendere più di quanto si incassa, coprendo la differenza con nuovo debito e nuova moneta - che è la radice di gran parte dei problemi della moneta contemporanea.
Ora immaginate che Bitcoin vinca davvero, che diventi lo standard. In quel mondo un governo può spendere soltanto ciò che incassa, perché la leva per creare denaro dal nulla non esiste più. Spariscono i deficit strutturali, la monetizzazione del debito, la tassa invisibile dell’inflazione. Il potere che oggi definisce ogni presidente e ogni governo - decidere di spendere oltre le proprie entrate - svanisce con loro.
Del resto, nessun governo ha mai scelto spontaneamente di legarsi le mani. La moneta elastica è l’anestetico che permette di promettere oggi e far pagare domani: guerre e sussidi finanziabili senza presentare il conto agli elettori nell’immediato. Rinunciarvi significherebbe governare con il vincolo del bilancio sempre davanti agli occhi. Nessun presidente, per quanto bitcoiner a parole, firmerebbe mai una rinuncia del genere.
In altre parole, un vero Bitcoin president dovrebbe lavorare per rendere inutile la propria poltrona. Ecco perché non può esistere.
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