Fermata #305 - La barriera del regolatore
Binance si ritira dall'Unione Europea dopo che la BCE avrebbe spinto la Grecia a respingere la sua licenza. Il regolatore chiama tutela del consumatore quella che è una barriera all'ingresso.
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La BCE potrebbe aver gettato la maschera.
Christine Lagarde avrebbe esercitato pressioni perché la Grecia bocciasse l’application per ottenere la licenza di MiCA di Binance proprio mentre l’approvazione era a un passo. Il più grande exchange al mondo ha ritirato la domanda e dal primo luglio sarà costretto a sospendere i servizi a milioni di clienti europei. Come ci siamo arrivati?
La licenza che non s’ha da fare
Binance aveva scelto la Grecia come porta d’ingresso europea. Attraverso la sua entità greca aveva presentato domanda di autorizzazione sotto MiCA, il regolamento con cui l’Unione disciplina le criptovalute, e secondo le ricostruzioni aveva già superato gran parte dei requisiti: era, testualmente, “sulla buona strada per l’approvazione”.
Poi qualcosa si è inceppato. La Commissione ellenica per i mercati dei capitali sembrava a un passo dal respingere la domanda, hanno riferito a Reuters due fonti che parlavano di rigetto imminente. E stando alle indiscrezioni raccolte da The Block, a fermare la pratica sarebbe stata direttamente Christine Lagarde: la presidente della BCE avrebbe fatto pressione su Atene perché chiudesse la porta in faccia all’exchange.
Il 24 giugno, prima ancora di ricevere un verdetto formale, l’exchange ha tagliato corto: ha ritirato la domanda annunciando che cercherà l’autorizzazione in un altro Stato membro. Nel comunicato rassicura i clienti (”i vostri asset restano al sicuro e accessibili in ogni momento”) ma ammette anche che “alcuni utenti potrebbero subire conseguenze a seconda del Paese e dello stato del proprio account”.
Il problema è il calendario. Il primo luglio scade il periodo transitorio di MiCA: senza licenza entro quella data, un exchange deve sospendere i servizi ai clienti europei o esporsi alle sanzioni dei regolatori nazionali. Ricominciare da zero in un’altra giurisdizione - nuova istruttoria, nuova documentazione, nuove interlocuzioni - in pochi giorni è impossibile. Tradotto: per un periodo Binance dovrà abbassare la saracinesca nell’Unione, comunque vada a finire.
Si consuma così, con ogni probabilità, l’esclusione del più grande exchange del pianeta dal mercato di 27 Paesi.
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Il ponte levatoio
Il caso Binance segue un copione che abbiamo già visto recitare molte volte. Ha persino un nome: capitalismo clientelare, crony capitalism.
Funziona così. Un settore nuovo nasce libero, perché lo Stato non sa ancora di cosa si tratti e non ha avuto il tempo di normarlo. Le imprese si fanno concorrenza, innovano, crescono. Poi, quando il settore diventa abbastanza grande e abbastanza ricco da contare, arriva il regolatore. E con il regolatore arrivano le barriere all’ingresso: licenze, requisiti di capitale, obblighi di compliance, soglie. Chi è già grande le assorbe; chi vorrebbe entrare, resta fuori.
Lo stiamo vedendo in diretta con l’intelligenza artificiale. L’Unione Europea ha approvato il suo AI Act nel 2024, in vigore dall’agosto di quell’anno, con gli obblighi più pesanti per i modelli general purpose scaglionati tra il 2025 e il 2026. Una regolamentazione organica di un’industria che in Europa è ancora in fasce. I modelli di frontiera li costruiscono OpenAI, Anthropic, Google, xAI: tutte americane. L’unico laboratorio europeo di un certo peso, la francese Mistral, è valutato attorno ai €20 miliardi e punta a superare il miliardo di ricavi quest’anno, cifre lontane anni luce dai $20-30 miliardi di fatturato annualizzato dei colossi d’oltreoceano.
L’Europa ha scritto le regole del gioco prima ancora di avere giocatori in campo. E ogni nuovo adempimento è un costo fisso: una startup di tre persone lo sostiene a fatica, un colosso con un esercito di avvocati lo digerisce senza battere ciglio. Indovinate chi ne esce avvantaggiato.
È andata esattamente così con il digitale. Prendete il GDPR, il regolamento europeo sulla privacy del 2018, presentato come lo scudo dei cittadini contro i giganti del web. Il risultato? Uno studio che ha seguito oltre 110.000 siti per 18 mesi ha rilevato che, dopo la sua entrata in vigore, la concentrazione del mercato è aumentata: quasi tutti i fornitori di tecnologie web hanno perso quote. Tranne uno. Google.
La ragione è quasi comica. Adeguarsi costa e i giganti possono permettersi tutti i giuristi e gli specialisti che vogliono; una società di tre persone ci si arrabatta la sera, a colpi di ricerche, magari su Google. Il regolamento pensato per arginare i colossi ha finito per scavare loro un fossato difensivo attorno.
Internet, gli smartphone, i social: ogni grande ondata tecnologica è nata in un vuoto normativo e si è cristallizzata in oligopolio quando le regole sono arrivate, a giochi ormai fatti. La regolamentazione si presenta sempre con il volto rassicurante della tutela. Il suo effetto pratico, troppo spesso, è alzare il ponte levatoio del castello quando i signori sono già dentro, al sicuro.
Cartelli di Stato
Conviene smontare un equivoco. Quando un mercato si concentra in poche mani, l’istinto è dare la colpa al “capitalismo selvaggio”, al libero mercato lasciato a se stesso. La storia economica racconta quasi sempre il contrario.
Nel 1971 l’economista George Stigler, futuro premio Nobel, pubblicò un saggio rimasto celebre, The Theory of Economic Regulation. La tesi, verificata caso dopo caso: “Di norma, la regolamentazione viene acquisita dall’industria ed è concepita e gestita principalmente a suo vantaggio”. I cartelli stabili e duraturi germogliano all’ombra dello Stato, perché solo il potere pubblico può erigere e far rispettare le barriere che tengono fuori i concorrenti. Lasciato a se stesso, il mercato quei cartelli prima o poi li sgretola: arriva sempre qualcuno disposto a vendere a meno.
L’economista Bruce Yandle ha dato allo schema un nome efficace: “Contrabbandieri e battisti”. Le leggi sulla chiusura domenicale degli alcolici, nel Sud degli Stati Uniti, reggevano grazie a un’alleanza tacita tra due gruppi opposti: i predicatori battisti, che le invocavano per ragioni morali, e i contrabbandieri, che le finanziavano sottobanco perché tenere chiusi i negozi legali gonfiava i loro affari. I primi mettevano la copertura etica, i secondi incassavano. Tenete a mente lo schema.
MiCA è il manuale fatto a regolamento. Prendete le stablecoin: per emetterne una nell’Unione bisogna essere una banca autorizzata o un istituto di moneta elettronica: una licenza para-bancaria - e già qui la porta è una fessura. Ma il dettaglio più rivelatore riguarda le riserve. La normativa impone agli emittenti di tenere una quota consistente delle riserve - il 30%, che sale al 60% per gli emittenti più grandi - sotto forma di depositi bancari. Paolo Ardoino, Ceo di Tether - verso cui, come sapete, questa newsletter non ha mai nutrito particolare simpatia - ha rifiutato di adeguarsi. E per una volta ha ragione da vendere.
Il ragionamento è limpido. Con €10 miliardi di riserve, MiCA ne imporrebbe €6 miliardi parcheggiati in banca. Ma una banca, in regime di riserva frazionaria, può prestarne fino al 90%: in caso di corsa agli sportelli, di quei 6 miliardi ne resterebbero davvero accessibili sì e no 600 milioni.
Nel marzo 2023, al collasso di Silicon Valley Bank, la stablecoin USDC di Circle aveva lì depositati $3,3 miliardi di riserve: perse l’ancoraggio al dollaro e scivolò fino a $0,87. Lo scenario di Ardoino, in forma di prova provata. USDT, dal canto suo, tiene circa il 79% delle riserve in titoli di Stato americani: fuori dai bilanci delle banche, impossibili da prestare, recuperabili anche se l’istituto salta.
Il paradosso è servito: una regola venduta come argine al rischio sistemico finisce per aumentarlo a dirlo sono persino gli organismi europei. Il Comitato europeo per il rischio sistemico ha raccomandato di modificare proprio quelle disposizioni sulle riserve. Nel frattempo l’effetto pratico è che la stablecoin con le riserve più solide e liquide è stata di fatto spinta fuori dall’Europa, mentre per metterne in piedi una a norma serve quasi una banca. Le piccole realtà, quelle che dovrebbero portare concorrenza, sono tagliate fuori in partenza dai costi di conformità.
Il risultato è il cartello perfetto. Il mercato si restringe ai pochi che possono permettersi l’apparato di compliance, la concorrenza si spegne, i grandi sopravvissuti si spartiscono la torta col timbro di garanzia del legislatore. E tutto questo mentre l’Unione si racconta come paladina del consumatore.
Torniamo a Francoforte, perché adesso lo schema di Yandle dovrebbe essere nitido. Se l’indiscrezione su Lagarde è fondata, la BCE ha indossato la veste del battista - la stabilità finanziaria, la tutela del sistema - per ottenere un risultato molto concreto e molto poco morale: tenere il più grande exchange al mondo lontano dal mercato europeo. Una banca centrale che si adopera per escludere un attore privato da 27 Paesi tradisce una cosa sola: la paura di un’industria che non controlla.
Il pericolo dell’assuefazione
Viviamo ormai immersi in una sovrastruttura burocratica che si è fatta aria, acqua, normalità. Ogni anno una direttiva in più, un registro in più, un obbligo in più, una soglia in più. Ognuno, preso da solo, giustificato da una buona intenzione. Tutti insieme, una rete fittissima che soffoca l’innovazione nella culla e fossilizza i mercati attorno a chi è arrivato per primo.
E lo accettiamo. Lo accettiamo perché ci siamo cresciuti dentro, dentro un socialismo latente che dà per scontato che spetti allo Stato decidere chi può fare impresa, a quali condizioni, con quanto capitale, sotto quale licenza. Abbiamo introiettato l’idea che senza il permesso del regolatore l’iniziativa privata sia un pericolo da contenere, anziché la fonte di gran parte della ricchezza che ci circonda.
Bitcoin agisce su questa barriera in modo obliquo, lento, dal basso: cambia la testa delle persone, una alla volta. Chi impara a custodire le proprie chiavi, a muovere denaro senza chiedere permesso, a tenere il frutto del proprio lavoro al riparo da chi può diluirlo a piacimento, scopre sulla propria pelle che un’alternativa esiste. E di solito non torna più indietro.
Il regolatore alza barriere per mettere al riparo ciò che esiste da ciò che potrebbe esistere. Bitcoin le aggira nel modo più sovversivo possibile: liberando le persone, una alla volta, dall’idea stessa di avere bisogno di un permesso.
Quando mi chiedete dove comprare bitcoin, la mia prima risposta è sempre il mercato peer-to-peer: Bisq, HodlHodl, Robosats. Ma so che non tutti vogliono usare questi servizi. Se cercate un servizio immediato ma compatibile con i valori originali di Bitcoin, la mia scelta oggi è Bull Bitcoin. Iscrivendovi con il codice “federico” ottenete uno spread ridotto all’1,75% invece del 2%, per sempre. Potete farlo da qui.
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I dati KYC sono su infrastruttura self-hosted, non vengono condivisi con agenzie fiscali, governi o terze parti. E continueranno a non collaborare finché qualcuno non si presenterà con un’ordinanza di un giudice in mano. È l’unico servizio in Europa di cui posso dire questo con certezza.




