Fermata #291 - L'arma di tutti
Bitcoin non sceglie da che parte stare. In Iran lo usa il regime per aggirare le sanzioni e lo usano i civili per fuggire dalla guerra. È un problema? No: è una delle sue caratteristiche cruciali
Venerdì 28 febbraio 2026, 6:15 del mattino, ora locale. Gli aerei israeliani e americani colpiscono Teheran. Impianti nucleari, siti missilistici, il quartiere Pasteur dove risiede Khamenei. Nelle ore successive arriva la conferma della sua morte, insieme a quella di altri funzionari di alto rango.
A migliaia di chilometri di distanza, sugli schermi degli analisti di Chainalysis, succede qualcosa. I prelievi da Nobitex - il più grande exchange iraniano - esplodono del 700% nel giro di minuti. Nelle 72 ore successive, $10,3 milioni in bitcoin e stablecoin vengono spostati dagli exchange verso wallet personali. Attenzione a questo dettaglio: non verso altri exchange esteri o piattaforme di trading: verso wallet che nessuno controlla se non chi ne possiede le chiavi.
Il 60% di quei wallet, a distanza di tre settimane, tiene ancora i fondi. Stiamo quindi parlando di utenti che hanno deciso di prendere in mano i propri risparmi prima che qualcun altro lo facesse al posto loro.
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L’economia da $7,8 miliardi
Per capire cosa sta succedendo bisogna fare un passo indietro.
L’Iran ha costruito negli anni un’economia parallela da $7,8 miliardi utilizzando Bitcoin e altre criptovalute. Lo ha fatto perché le sanzioni americane hanno tagliato il Paese fuori dal sistema bancario internazionale e il regime aveva bisogno di un’alternativa per continuare a muovere denaro.
I Guardiani della Rivoluzione hanno finanziato operazioni di mining su scala industriale, sfruttando l’energia sussidiata dallo Stato per estrarre bitcoin e convertirli in valuta estera. Secondo le stime, l’Iran ha rappresentato tra il 2% e il 5% dell’hashrate globale prima del conflitto.
La narrativa occidentale si è fermata qui. Bitcoin è lo strumento dei cattivi. Gli iraniani aggirano le sanzioni con le criptovalute. Più regolamentazione, più sorveglianza, più controllo. L’argomento è semplice, lineare e - come spesso accade con gli argomenti semplici - incompleto.
Perché c’è un’altra metà della storia che in pochi raccontano.
Fuggire con 12 parole in mente
Il rial iraniano è passato da 892.000 per dollaro nel febbraio 2025 a 1,5 milioni nel gennaio 2026. L’inflazione ufficiale ha superato il 42%, quella reale probabilmente il doppio. Cibo, medicine, beni di prima necessità: tutto costa di più, ogni settimana.
In un contesto simile, risparmiare in rial equivale a guardare i propri soldi evaporare. Le banche iraniane sono sotto sanzioni. I circuiti internazionali - Visa, Mastercard, SWIFT - sono inaccessibili. L’oro fisico è difficile da trasportare e da nascondere. Il dollaro cartaceo circola nel mercato nero a tassi proibitivi.
Cosa resta?
Il pattern che Chainalysis ha documentato è chiaro e si è ripetuto due volte in pochi mesi. Durante le proteste di dicembre 2025, i prelievi dagli exchange iraniani verso wallet personali sono cresciuti costantemente nei giorni precedenti al blackout internet dell’8 gennaio. Si sono azzerati durante il blackout. Sono ripresi immediatamente dopo il ripristino della connessione. Le persone anticipavano l’instabilità e si spostavano su bitcoin finché potevano.
Lo stesso schema si è ripetuto con gli attacchi aerei di febbraio.
Servono un telefono, una connessione internet e la volontà di togliere i propri risparmi da un sistema che sta crollando. Dodici parole in testa - una seed phrase - e i tuoi soldi attraversano qualsiasi confine, qualsiasi blocco, qualsiasi blackout.
Merve Pourkaz, parrucchiera di Golestan, ha percorso 1.500 chilometri fino al confine turco di Kapikoy dopo i bombardamenti vicino a casa sua. Centinaia di persone attraversano quel confine ogni giorno. Quante di loro portano con sé una seed phrase è impossibile saperlo - i 329.000 rifugiati che nel mondo hanno già usato bitcoin per preservare i propri risparmi suggeriscono che il numero sia tutt’altro che trascurabile.
Quando la rete muore
C’è un punto, però, che merita onestà.
L’Iran ha subito uno dei blackout internet più gravi della storia moderna. Connettività scesa al 4% il 28 febbraio. Oltre 360 ore senza accesso alla rete. Il governo ha sequestrato antenne Starlink, jammato segnali GPS per interrompere le connessioni satellitari, bloccato l’accesso ai siti tramite un sistema di whitelist.
Bitcoin senza internet funziona? Sì, ma solo se si è preparati. Blockstream Satellite trasmette i blocchi della blockchain via satellite, permettendo di ricevere transazioni senza connessione terrestre. Machankura consente di inviare transazioni Lightning via SMS. Si tratta però di tecnologie che, per quanto perfettamente funzionanti, non sono ancora accessibili a gran parte della popolazione.
In un Paese dove il governo può spegnere Internet a piacimento, Bitcoin resta un salvagente imperfetto per via dell’adozione limitata (non della sua infrastruttura). Durante il blackout di gennaio, i flussi di prelievo si sono azzerati. Le persone che non si erano spostate in self-custody prima del blackout sono rimaste bloccate.
Eppure il governo iraniano ha spento internet anche per impedire le comunicazioni, la coordinazione delle proteste, la diffusione di notizie. Il costo economico dichiarato dal Ministro delle Comunicazioni è stato di $35,7 milioni al giorno. Un governo che accetta di bruciare $35 milioni al giorno per mantenere il controllo sta implicitamente ammettendo che gli strumenti digitali dei suoi cittadini - Bitcoin incluso - rappresentano una minaccia alla propria autorità.
E nonostante lo sforzo, la chiusura è stata parziale. Le connessioni Starlink hanno continuato a funzionare nonostante il jamming, con una perdita di pacchetti stimata al 30%. Più che sufficiente a far passare una transazione Bitcoin.
Lo strumento neutro
Torniamo al quadro completo.
L’Iran usa Bitcoin per aggirare le sanzioni. I civili iraniani usano Bitcoin per sopravvivere alla guerra e all’inflazione. La stessa tecnologia, la stessa rete, lo stesso protocollo. Zero filtri morali integrati nel codice. Zero comitati etici che decidono quali transazioni sono legittime e quali no.
Bitcoin ignora la guerra in Iran. Ignora la differenza tra un pagamento dei Guardiani della Rivoluzione e il prelievo disperato di una parrucchiera di Golestan. Ignora i documenti, le identità, le sanzioni.
Questa neutralità è, per molti, il problema. Per chi pensa che la finanza debba essere uno strumento di politica estera - sanzioni, embarghi, congelamento dei conti - un sistema monetario che ignora i confini è un sistema monetario difettoso.
Lo stesso argomento è stato usato contro il denaro contante per decenni. I criminali usano il contante, dunque il contante va eliminato. I trafficanti usano i dollari, dunque le banconote di grosso taglio vanno ritirate. Il ragionamento ha una logica interna e porta a un’unica conclusione: un mondo in cui ogni transazione è visibile, tracciabile e censurabile. Un mondo in cui il denaro è un’estensione del potere statale.
L’Iran lo dimostra in tempo reale, da entrambi i lati del conflitto. Il regime usa Bitcoin perché il sistema bancario tradizionale lo ha escluso. I civili usano Bitcoin perché il sistema bancario del loro stesso paese li sta derubando attraverso l’inflazione e il controllo dei capitali.
Nessuno dei due gruppi ha scelto Bitcoin per motivi ideologici. Lo hanno scelto perché funziona quando tutto il resto smette di funzionare.
La neutralità di un bene monetario è la proprietà che lo rende denaro.
Chi vuole un denaro che discrimina vuole un’arma, non denaro.
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