Fermata #285 - Il fantasma di Epstein
Il Dipartimento di Giustizia americano ha rilasciato oltre 3 milioni di documenti sul finanziere pedofilo. Emergono legami con figure chiave dell'ecosistema Bitcoin. Quanto ha influenzato lo sviluppo?
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Epstein voleva influenzare lo sviluppo di Bitcoin.
Venerdì 30 gennaio il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha rilasciato l’ultima tranche, in ordine temporale, di documenti relativi a Jeffrey Epstein, il finanziere che, stando alla versione ufficiale, sarebbe morto suicida in carcere nel 2019 dopo essere stato incriminato per traffico sessuale di minori. Oltre 3 milioni di pagine che gettano luce sulle connessioni del pedofilo con l’élite politica, finanziaria e tecnologica mondiale.
E tra queste connessioni c’è anche Bitcoin.
Secondo un conteggio delle menzioni nei documenti, il co-fondatore di Tether Brock Pierce appare 1.801 volte, “Bitcoin” 1.522 volte, Coinbase 266 volte, Adam Back 19 volte. Numeri che hanno scatenato una tempesta sui social, con teorie del complotto che vanno dal grottesco al diffamatorio. Ma cosa dicono davvero questi documenti? E soprattutto: quanto ha influito Epstein sullo sviluppo di Bitcoin?
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Blockstream e l’isola
Nel 2014, durante il seed round di Blockstream, la società fondata da Adam Back e Austin Hill, Epstein investì circa $500.000 tramite un fondo gestito da Joi Ito, all’epoca direttore dell’MIT Media Lab. Le email mostrano che Ito organizzò un incontro tra Epstein e i fondatori di Blockstream.
Una email del luglio 2014 mostra Hill che scrive a Ito ed Epstein: “Siamo arrivati al momento cruciale per chiudere questo round. Siamo 10x oversubscribed su un seed round da 18 milioni e Reid [Hoffman] all’ultimo minuto ci ha detto di aumentare la vostra allocazione da 50.000 a 500.000 dollari.”
Nelle corrispondenze emergono riferimenti a prenotazioni di viaggio verso St. Thomas, l’isola vicina alla famigerata Little Saint James, proprietà privata di Epstein diventata simbolo della sua rete di abusi. Hill scrive: “Ho detto a Jeffrey che sono felice di organizzare i nostri voli dato che proseguiamo verso San Francisco dopo St. Thomas.”
In un’email separata del 19 aprile 2014, Epstein scrive allo sviluppatore Bitcoin Amir Taaki: “Sei ancora nel mondo Bitcoin? Dove sei? Ho Andy Back sulla mia isola questo weekend.” Sarebbe certamente una curiosa coincidenza se “Andy Back” si riferisse effettivamente a un’altra persona e non fosse un refuso per Adam Back, ma proprio per questo motivo non possiamo essere certi che il co-fondatore di Blockstream sia stato sull’isola.
Quando il venture capitalist italiano Vincenzo Iozzo chiese a Epstein cosa pensasse di Back, la risposta fu laconica: “Like him.”
Dopo la pubblicazione dei file, Back ha risposto pubblicamente su X: “Nel 2014, durante il roadshow per il seed round di Blockstream, la società fu presentata all’allora direttore del MIT Media Lab Joi Ito. Successivamente Blockstream incontrò Jeffrey Epstein, che all’epoca era descritto come limited partner nel fondo di Ito. Quel fondo investì una partecipazione di minoranza. Alcuni mesi dopo, il fondo di Ito disinvestì le proprie quote di Blockstream a causa di un potenziale conflitto di interessi e altre preoccupazioni. Blockstream non ha alcun legame finanziario diretto o indiretto con Jeffrey Epstein, o con il suo patrimonio.”
Back non ha menzionato le email relative ai piani di viaggio verso St. Thomas.
MIT e gli stipendi degli sviluppatori
Blockstream non è l’unico collegamento. Tra il 2002 e il 2017, Epstein donò 850.000 dollari all’MIT, di cui 525.000 specificamente destinati alla Digital Currency Initiative del Media Lab.
Nel 2015, dopo il fallimento della Bitcoin Foundation, tre sviluppatori di Bitcoin Core - Gavin Andresen, Wladimir van der Laan e Cory Fields - si unirono proprio alla Digital Currency Initiative del MIT. In un’email ad Epstein dell’aprile 2015, Ito annunciò il loro arrivo: “Molte organizzazioni si sono affrettate a colmare il vuoto creato dalla fondazione e a ‘prendere il controllo’ degli sviluppatori. Ci siamo mossi rapidamente parlando con tutti gli stakeholder e i tre sviluppatori hanno deciso di unirsi al Media Lab. This is a big win for us.”
Tra il 2015 e il 2017, le donazioni di Epstein contribuirono indirettamente a pagare gli stipendi di questi sviluppatori. Loro dichiarano di non averlo mai saputo. Ito si è dimesso nel 2019 dopo che il New Yorker ha rivelato i suoi tentativi di nascondere i contributi finanziari di Epstein, che nelle email interne chiamava “Voldemort”.
Non esistono prove che Andresen, van der Laan o Fields abbiano mai comunicato direttamente con Epstein o fossero a conoscenza della fonte dei fondi.
Coinbase e la Blocksize War
Le email rivelano anche che Epstein investì circa $3 milioni in Coinbase nel 2014, durante il round Series C. L’investimento fu facilitato da Brock Pierce e dalla sua Blockchain Capital.
Pierce inoltrò regolarmente a Epstein gli aggiornamenti per gli investitori firmati dai fondatori di Coinbase, Fred Ehrsam e Brian Armstrong. Un’email particolarmente significativa risale al febbraio 2016, nel pieno della Blocksize War - il dibattito che divise la community su come scalare Bitcoin.
Nell’aggiornamento Armstrong indica che Coinbase stava lavorando dietro le quinte per assicurarsi che il protocollo Bitcoin non venisse “held back by any of the early idealists” - frenato da alcuni idealisti della prima ora.
Un anno dopo, Coinbase sarebbe stata tra i firmatari del New York Agreement, il tentativo di imporre modifiche al protocollo Bitcoin che venne poi abbandonato. Armstrong e le grandi aziende del settore volevano blocchi più grandi. Hanno fallito.
L’ironia di Epstein sull’etica
Forse il dettaglio più grottesco emerge da uno scambio di email con Jeremy Rubin, sviluppatore Bitcoin e co-fondatore della Digital Currency Initiative dell’MIT. Nel 2018, Rubin propose a Epstein alcune opportunità di investimento legate alle criptovalute, inclusa una potenziale partecipazione in Layer 1, una società di mining.
La risposta di Epstein? “Jeremy, sono più che felice di finanziare cose, ma dato che sono una persona di alto profilo, non possono essere eticamente discutibili. Il loro piano è gonfiare artificialmente il prezzo della valuta, è pericoloso.”
Un pedofilo che rifiuta investimenti crypto per “questionable ethics”. L’ironia si commenta da sola.
Rubin ha commentato pubblicamente: “Sono contento che le email vengano rilasciate. Spero che la pubblicazione ci avvicini alla giustizia per le vittime e a una migliore comprensione della natura della corruzione nella nostra società.”
La strumentalizzazione
La pubblicazione dei documenti ha scatenato reazioni prevedibili. Luke Dashjr, creatore di Bitcoin Knots, ha chiesto pubblicamente le dimissioni di Adam Back: “Queste recenti rivelazioni su Adam ed Epstein Island gettano luce su parte dell’ostilità di Adam nei miei confronti e sul suo recente gaslighting pro-spam, ma non sapevo quanto fosse grave e quanto profonda fosse la corruzione.”
Dashjr ha rivendicato vecchi rancori con Back - sostiene che gli fu promesso lo status di co-fondatore di Blockstream, promessa poi non mantenuta - mescolandoli con le rivelazioni degli Epstein Files in un miscuglio di accuse personali e insinuazioni.
Nel frattempo, sui social sono riaffiorati i sostenitori di Bitcoin Cash e XRP a definire Bitcoin “pedocoin”. Una strumentalizzazione degna del più ridicolo populismo e priva di ogni fondamento che ignora un fatto fondamentale: Epstein non ha ottenuto il controllo di Bitcoin.
E’ il punto dell’open-source. Ogni modifica al codice è pubblica, verificabile da chiunque, e richiede il consenso di migliaia di nodi indipendenti per essere implementata. Non esiste alcuna prova che Epstein abbia mai influenzato decisioni tecniche, proposto modifiche al protocollo, o avuto accesso privilegiato allo sviluppo.
Ha provato a comprare influenza? Certamente. I documenti mostrano che già nel 2011 cercava di entrare in contatto con gli sviluppatori Bitcoin. Scrisse a Gavin Andresen: “Gavin, ho parlato con Jason Calacanis. Vorrei parlarti. L’idea è grandiosa, l’esecuzione come ora ha alcuni rischi seri.” Ma Andresen non risulta aver mai incontrato Epstein.
Epstein ha finanziato indirettamente alcuni sviluppatori tramite il MIT? Sì, ma in che modo il finanziamento di pochi sviluppatori equivale al controllo di un protocollo distribuito con migliaia di contributori?
Ha investito in aziende dell’ecosistema? Sì, come ha investito in centinaia di altre startup. Ma le aziende non controllano Bitcoin: lo dimostra proprio la Blocksize War, dove Coinbase, BitPay e altre grandi corporation volevano un fork per blocchi più grandi e hanno perso.
Il codice di Bitcoin è stato scritto da migliaia di sviluppatori nel corso di 17 anni, revisionato da esperti di sicurezza di tutto il mondo, e gira su decine di migliaia di nodi che verificano ogni singola transazione.
I mostri esistono, Bitcoin non è uno di loro.








Caro Federico, hai centrato perfettamente il problema, i miei più sinceri complimenti
Rassicurazione che ci voleva. Grazie