Fermata #280 - Lezioni libertarie dai cartoni animati
Dal libro "Piccolo manuale della Libertà" di Vito Foschi, il racconto degli insegnamenti libertari dietro alla struttura narrativa di alcuni cartoni animati popolari e non.
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Libro: Piccolo manuale della Libertà
Autore: Vito Foschi
Editore: Sapere aude
Anno di pubblicazione: 2015
Fra i tanti programmi televisivi, i cartoni animati, eccetto alcune punte di politically correct da evitare con decisione, sono fortunatamente rimasti l’unico mondo in cui i buoni sono da esempio e dove da “grandi poteri derivano grandi responsabilità” ed alcuni, con il loro linguaggio adatto ai bambini, riescono ad esprimere anche messaggi complessi.
Esempio di questi sono Zigby, una “zebra che vive felice su un’isola lontana”’ come recita la sigla, adatto a bambini di circa due anni, e Johnny Test, che racconta di un ragazzino monello continuamente sottoposto a folli esperimenti scientifici dalle due geniali sorelle. Le due serie, in un episodio, hanno narrato una storia quasi identica, da sembrare versioni per spettatori di età diversa della stessa trama.
Il protagonista Zigby o Jonnhy che sia, decide di diventare un supereroe e di accorrere in aiuto degli altri. La cosa funziona con somma soddisfazione del protagonista, ma dopo un po’ la storia prende una brutta piega. Gli abitanti dell’isola di Zigby e quelli della cittadina di Johnny si rivolgono ai supereroi per qualsiasi motivo, anche banale, tipo salvare gattini o aprire barattoli di vetro, e non per salvare delle vite. Bellissima e molto esplicativa, la scena in cui Johnny Test ferma l’ennesimo treno impazzito e sbotta chiedendo ai ferrovieri di dare finalmente una sistemata al traffico, senza aspettare il suo intervento salvifico.
I due protagonisti sono esausti, non riuscendo più neanche a dormire per le continue richieste d’aiuto.
L’ovvia soluzione è che ognuno si assuma le proprie responsabilità. Così Johnny simula la morte del supereroe e finalmente i ferrovieri aggiustano il traffico ferroviario e i treni non si scontrano più. In Zigby la soluzione è ancora più radicale: tutti supereroi ovvero responsabili di se stessi. Sicuramente un messaggio positivo e un invito ai bambini a incominciare a pensare in maniera autonoma e assumersi le proprie responsabilità.
Ma siamo proprio sicuri che sia un messaggio rivolto esclusivamente ai bambini? Nella figura del supereroe non intravediamo quell’entità invocata da molti per risolvere tutti i problemi? Fuor di metafora, nella figura del supereroe non vediamo lo Stato che tutti accudisce e deresponsabilizza? A volte capita di sentire disoccupati che affermano con veemenza: “E’ lo Stato che mi deve trovare il lavoro”. Si è ben consci, che la situazione è difficile, però c’è una grossa differenza fra chi aspetta che lo Stato elargisca dall’alto, come un vecchio sovrano che distribuisce ai propri favoriti e chi non aspetta e si muove, intraprende qualcosa anche sbagliando.
Il rischio di una mentalità deresponsabilizzante è evidenziato in forma eccelsa dai due cartoni animati: le persone si fermano e lo stato-supereroe impazzisce. È giusto tutto ciò?
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Oggi, gli individui raramente pensano a tutelarsi, tanto in caso di licenziamento c’è lo stato-mamma che provvede con cassa integrazione e prepensionamenti e per la vecchiaia c’è l’Inps. Normalmente quegli stessi individui avrebbero sottoscritto una pensione privata o investito in altro, ottenendo anche nelle peggiori dell’ipotesi, più di quanto possa garantire lo Stato a parità di soldi versati.
Ai bambini diamo dei bei messaggi sulla responsabilità, ma sarebbe utile che anche gli adulti ritornassero ad essere responsabili.
Dalla Svezia, paese socialdemocratico fino all’eccesso, ci giunge la storia di una bambina del tutto anti-convenzionale: non va a scuola, si veste in modo strano e vive da sola con un cavallo e una scimmietta. Da notare subito che la storia di Pippi Calzelunghe è stata scritta quando a scuola era obbligatorio il grembiule e i vestiti ancora oggi possono essere una divisa, un po’ come capita per gli accessori con simbolo aziendale di alcune società di consulenza, e non rispettare certi canoni serve a ribadire la propria individualità.
Nel racconto lo Stato è rappresentato da due impacciati poliziotti e da un’acida zitella che vuole costringere la piccola ad andare a scuola; la forza armata e la scuola sono lo Stato moderno, da un lato la coercizione, dall’altro l’educazione al conformismo e alla sudditanza. Gli antagonisti della bambina sono dipinti come stupidi e antipatici, ma non c’è solo quello. L’organizzazione statale, arrogandosi la gestione della totalità, non può che fallire, perché impossibilitata a gestire i casi fuori l’ordinario proprio come Pippi Calzelunghe ed apparire ridicola e impacciata.
Figura importante è il padre di Pippi, che di mestiere fa il corsaro. La ricchezza di Pippi è un baule pieno di monete d’oro che rappresenta un altro schiaffo allo Stato. Non banconote o monete emesse da una banca centrale, ma il ben più solido e concreto oro. Pippi vive in un universo dove lo Stato non esiste neanche sotto forma di moneta.
In un episodio, recupera una barca affondata per ripararla e viene illustrata un’altra lezione di “anarco-capitalismo”, il principio dell’homesteading, ovvero l’acquisizione di un titolo di proprietà originario. La barca era affondata, abbandonata e senza proprietario, potremmo dire allo stato di natura. Lei la recupera, quindi non è più allo stato originario o naturale, perché ci ha aggiunto il suo lavoro. La barca ripescata è la barca affondata più il lavoro di Pippi. Così, in una zona disabitata, i primi abitatori con il loro lavoro acquisiscono a titolo originario un terreno.
È curioso che la storia di una bambina indipendente e fuori dall’ordinario nasca in un Paese come la Svezia, una delle patrie delle cosiddette “social-democrazie avanzate”. Non si può non pensare che possa essere stata una sana reazione a un mondo conformista e statalizzato, in cui la libertà individuale è soffocata. Possiamo dire per fortuna che è esistita Pippi a correggere l’educazione dei bambini svedesi.
Emblematico il fatto che l’autrice, Astrid Lindgren, quando spedì il manoscritto all’editore, si raccomandò di non avvertire l’autorità dell’Assistenza all’Infanzia.
La storia di Calzelunghe è stata attaccata da pedagogisti ed educatori, assurta ad icona delle femministe e considerata prototipo del ‘68, ma è più semplicemente un inno alla libertà. La vera autorità che viene messa in discussione è quella dello Stato, non quella degli adulti. La bambina ha un amore sconfinato per il padre corsaro e vive da sola con il suo assenso e non perché sia scappata da casa.
Se parliamo dal punto di vista educativo, l’unica autorità positiva è proprio quella del padre lontano, ma ben presente. Murray Rothbard, nel suo libro “L’etica della libertà”, quando discute fino a quando un figlio è sottoposto all’autorità genitoriali cita una battuta che recita: “Fintanto che non è in grado di scappare di casa”. Ovvero quando è in grado di vivere autonomamente al di là di un preciso limite di età. Pippi, nonostante l’età infantile è in grado di badare a sé, riuscendo perfino a scacciare dei ladri e a liberare il padre prigioniero dei pirati.
Lo Stato, essendo una sorta di mamma per i cittadini non può che trovare il contraltare nella figura paterna del capitano Calzelunghe, capace di capire le straordinarie doti della figlia e di lasciarle vivere la sua vita di individuo autonomo. Non è un caso che Pippi sia orfana di mamma, perché nelle società democratiche occidentali è il ruolo che si è arrogato lo Stato rispetto ai cittadini per mascherare il suo potere quasi totalitario sulle loro vite.




con Pippi Calzelunghe mi hai sbloccato il ricordo di un infanzia felice e solo adesso ne capisco a pieno il significato, GRAZIE