Da punto di riferimento dell’informazione tecnologica ad agglomerato di luoghi comuni e banalità. Sembra essere questa la parabola discendente che ha visto protagonista Punto Informatico, noto blog di notizie focalizzate sulla tecnologia.
Nato nel 1996, negli anni Punto Informatico si è affermato tra le fonti leader per la nicchia di appassionati tech, costituendo una risorsa autorevole e aggiornata per notizie, recensioni e approfondimenti. Negli ultimi tempi, tuttavia, la qualità dei contenuti è andata via via declinando, in particolare per il macro-tema delle criptovalute.
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Anziché fornire distinzione dettagliate tra i vari prodotti, la linea editoriale di Punto Informatico si è diretta verso l’unificazione delle “cripto” in un unico grande calderone, fino a produrre contenuti come il seguente: “Elenco Criptovalute: tutte le valute e notizie utili”. Un articolo che spiega a grandi linee il funzionamento di Bitcoin facendo chiaramente intendere che tutte le criptovalute abbiano una struttura simile. Non mancano all’interno dello stesso contenuto, naturalmente, i riferimenti e i link di affiliazione ad alcuni exchange centralizzati con capitoli clickbait caratterizzati da titoli del tenore di "Come guadagnare con le criptovalute”.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è però arrivata lo scorso 24 luglio con un articolo firmato da Tiziana Foglio. Il pezzo ha riportato la notizia del lancio da parte di Proton, l’azienda svizzera dietro Protonmail e molti altri servizi privacy-oriented, di Proton Wallet, un wallet bitcoin non-custodial che permette di inviare bitcoin direttamente dalla casella e-mail.
Ma l’articolo non si è limitato alla sola cronaca. Il capitolo di commento alla notizia principale è stato intitolato “Proton Wallet, scommessa rischiosa su una criptovaluta controversa”, ed è un capolavoro di luoghi comuni e disinformazione difficilmente eguagliabile.
Si legge:
Il Bitcoin è una criptovaluta decentralizzata che viene utilizzata soprattutto come investimento speculativo o come pagamento a cyber criminali (per ransomware o acquisti illegali), mentre i normali pagamenti peer-to-peer costituiscono una percentuale minore delle transazioni. Inoltre, a causa del modello proof-of-work, consuma molta più elettricità rispetto a transazioni analoghe nel sistema bancario globale (fiat). Senza contare che l’elettricità proviene spesso da centrali a carbone e altre fonti energetiche non rinnovabili.
Avrete già capito che i punti da affrontare sono diversi, per cui andiamo con ordine.
Punto 1: l’utilizzo criminale di bitcoin
“Bitcoin [...] viene utilizzata soprattutto come investimento speculativo o come pagamento a cyber criminali, mentre i normali pagamenti peer-to-peer costituiscono una percentuale minore delle transazioni”.
In questo caso non servono mezzi termini. Si parla di una vera e propria fake news. Persino plateale. I numeri raccolti da Chainalysis dicono l’esatto opposto. L’agenzia di analisi on-chain ha stimato nel suo tradizionale report annuale che le transazioni a scopo illecito nel mondo delle criptovalute - in gran parte costituito da Bitcoin - rappresentino lo 0,34% del volume totale.
Punto 2: il consumo energetico superiore alle banche
“Il modello proof-of-work consuma molta più elettricità rispetto a transazioni analoghe nel sistema bancario globale".
Anche in questo caso si può parlare di falsità conclamata e anche in questo caso i dati sono platealmente contrastanti con l’affermazione dell’autrice. Secondo il Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index, la stima dell’elettricità impiegata annualmente nel mining di Bitcoin è di 162 TWh.
Per quanto riguarda il sistema bancario, i numeri arrivano da Galaxy Digital che prende in considerazione i server delle principali 100 banche mondiali, le loro filiali fisiche, i loro ATM e i circuiti delle carte di pagamento. La stima ammonta a 264 TWh annuali, oltre 100TWh in più rispetto a Bitcoin.

Punto 3: le fonti energetiche utilizzate per generare l’elettricità impiegata nel mining
"L’elettricità proviene spesso da centrali a carbone e altre fonti energetiche non rinnovabili".
Questa non è una palese bugia, ma è indubbiamente un’informazione tendenziosa. Soprattutto se si considera il fatto che le altre fonti non vengono nemmeno menzionate. L’intenzione dell’autrice è far pensare ai lettori che gran parte dell’elettricità veicolata verso il mining venga prodotta da centrali a carbone, il ché è falso. Secondo gli ultimi dati di Daniel Batten oggi il 56% dell’elettricità impiegata nel mining proviene da fonti rinnovabili e il carbone - che pur è presente - è meno rilevante dell’idroelettrico.
Una deriva generalizzata
Purtroppo la deriva di Punto Informatico è sintomatica di una più ampia crisi che affligge il giornalismo: la mancanza di rigore e la tendenza a semplificare eccessivamente temi complessi per rastrellare click facili. L'articolo di Tiziana Foglio è un esempio lampante di come la superficialità possa sfociare in disinformazione, danneggiando non solo la reputazione di un'intera testata, ma anche i lettori che vi fanno affidamento per comprendere fenomeni tecnologici cruciali.
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